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Il progetto Ad Uso Civico e Collettivo: i beni comuni e la sfida dell’abitare la complessità

di Gaetano Quattromani


Il progetto “Ad Uso Civico e Collettivo”, che ha avuto corso a Napoli dal 6 ottobre al 23 gennaio 2023, è stato un processo di design collettivo e partecipato, con numerose intelligenze coinvolte e a più sponde. L’obiettivo del progetto riguardava l’immaginare come impiegare un finanziamento statale ed europeo di 23.5 milioni di euro, destinato ad ampliare la partecipazione alla vita dello Scugnizzo Liberato e dell’Ex-OPG – Je so’ pazzo. Si è trattato di un percorso progettuale la cui conoscenza merita di essere approfondita e diffusa, per via del suo carattere innovativo e, per molti versi, inedito. Racconterò come si sia svolto il processo attraverso una serie di articoli pubblicati qui, su Commons Napoli.


Nel capitolo 196 del V libro delle Storie, Erodoto riferì la notizia di un singolare modo di commerciare, di cui non aveva avuto conoscenza di prima mano avendone soltanto sentito parlare. I Cartaginesi, inoltratisi al di là delle Colonne d’Ercole e raggiunte le coste africane bagnate dall’Atlantico, «scaricano le merci, le dispongono in ordine lungo la spiaggia, poi risalgono sulle navi e sollevano una colonna di fumo. Gli indigeni, vedendo il fumo, vengono al mare e poi, a fronte delle merci, depongono dell’oro e si ritirano. I Cartaginesi sbarcano nuovamente e controllano: se l’oro sembra loro adeguato al valore delle merci, lo prendono e si allontanano; altrimenti, imbarcatisi nuovamente, stanno ad aspettare; e gli altri, fattisi avanti, depongono altro oro, finché li persuadano. Non si fanno mai reciprocamente torto, perché né i Cartaginesi toccano l’oro prima che gli indigeni l’abbiano reso pari al valore delle merci, né questi toccano le mercanzie prima che gli altri abbiano preso l’oro». Tale scambio di merci, attuato senza che le parti in causa si incontrino seguendo regole da seguire prestabilite e assodate, o agendo tramite una condivisione pregressa di schemi culturali e di pratiche, o senza che insomma tutto si svolga al riparo di uno spazio di mercato istituzionalmente fondato, con bisogni, desideri e interessi dati e vincolanti, è detto in italiano commercio muto. Si tratta di una possibilità che ha incuriosito l’umanità sin dall’antichità, pur se probabilmente non è mai davvero esistita – perlomeno, non nelle esatte formule nelle quali è stata diffusa, discussa e tramandata la sua conoscenza. 

Mi è tornato in mente il noto brano erodoteo in occasione dell’inizio del progetto Ad Uso Civico e Collettivo, realizzatosi a Napoli dal 6 ottobre al 23 gennaio 2023. L’obiettivo del progetto in questione – un’opera di design collettivo, che sarà approfondito nel corso di una serie di articoli – ha indagato e fornito soluzioni in merito all’esigenza di immaginare il miglior impiego possibile per un finanziamento statale ed europeo di complessivi 23.5 milioni di euro, destinato ad ampliare la partecipazione alla vita dello Scugnizzo Liberato e dell’Ex-OPG – Je so’ pazzo, al fine di potenziare e di rendere più accessibili le attività organizzate dai due beni comuni di Napoli. Decidere di avviare il processo di co-progettazione in questione ha significato, per le parti in causa, darsi appuntamento in un luogo di fatto sconosciuto. Chi vi ha partecipato lo ha fatto con la consapevolezza che si distendesse, dinanzi a sé, un territorio quasi del tutto inesplorato – in un certo senso, quello spazio di confronto nemmeno esisteva per davvero né dal punto di vista concettuale né da quello terminologico: non a prescindere da chi ha stabilito di volerlo attraversare. Va insomma evidenziato, per comprendere il senso e le difficoltà dell’iniziativa, come ci sia stato del coraggio manifestato da tutte le parti coinvolte: quella propriamente istituzionale, il Comune di Napoli e il suo Assessorato all’Urbanistica; quelle definibili neoistituzionali, rappresentate dalle comunità di abitanti dei due beni comuni, insieme alla Rete dei Beni Comuni, che riunisce gli spazi liberati metropolitani e all’Osservatorio permanente sui beni comuni della città di Napoli; e quella che a me piace definire “post-istituzionale” della Scuola Open Source, una cooperativa decisamente innovativa che è contemporaneamente una piattaforma di didattica e di ricerca, di progettazione partecipata, di design della comunicazione e tanto altro, coinvolta nella specifica occasione con compiti di mediazione del processo, di stimolazione delle idee e di programmazione delle attività.  

Raccontare il percorso di co-progettazione di Ad Uso Civico e Collettivo vuol dire cercare di restituire il senso del porsi una sfida che si pone quasi inevitabilmente alla Rete dei Beni Comuni di Napoli e alle esperienze comunitarie di autogestione che la compongono. “Quasi”, perché ovviamente quasi nulla di ciò che si sceglie di affrontare, lungo la vita, è poi davvero ineluttabile;  eppure, se una scelta viene effettivamente compiuta, cioè quella di esplorare un territorio sconosciuto senza poter fare riferimento a strumenti e condizioni di incontro già assodati, le ragioni che si chiamano in causa sono quelle della maturità e della responsabilità, e sono principalmente queste le ragioni sotto la cui luce bisogna considerare il percorso di co-progettazione di cui racconterò. In generale, se un fato queste esperienze di autogestione – alcune delle quali sono ormai decennali, mentre altre si apprestano a diventarlo – ce l’hanno, la sua genesi risiede nelle traiettorie politiche disegnate molto tempo prima che avesse inizio il percorso di co-progettazione, probabilmente all’atto stesso della loro fondazione. Perciò, ecco la sfida di maturità per i due beni comuni in questione: com’è possibile progettare attività sostenibili a gestione comunitaria diretta – in un bene demaniale caratterizzato dall’esercizio del diritto d’uso civico e collettivo – in grado di produrre redditività civica e moltiplicare relazioni sociali di qualità entro il tessuto sociale che gli stessi beni comuni hanno saputo costruire nel tempo?

«Decidere di avviare il processo di co-progettazione in questione ha significato, per le parti in causa, darsi appuntamento in un luogo di fatto sconosciuto»

Sono varie le ragioni per cui porre una simile sfida significa sovvertire un certo ordine delle cose, con l’idea di muoversi poi in territori di programmazione i cui limiti sono indefiniti e oscuri indipendentemente dalla volontà e dalla competenza delle parti coinvolte nel processo. Il primo dato riguarda il fatto che le attività sostenibili da progettare di cui parliamo si pongono in uno spazio di esistenza sociale e di relazioni completamente altro, ulteriore rispetto ai consueti modelli di business che vigono nella nostra società. Infatti, il fine di tali attività non è utilitaristico/privatistico, il loro svolgimento non è competitivo, il loro successo non è misurabile sulla scorta dei parametri utilizzati solitamente per la valutazione delle azioni delle imprese o delle pubbliche amministrazioni, i benefici che producono sono anzitutto sociali e vanno perciò soppesati in un’ottica molto più ampia di quella che considera un impatto sotto il profilo del rapporto tra costi e ricavi di un investimento in termini unicamente monetari. Per i beni comuni si parla, in tal senso, di redditività civica, e cioè di una ricaduta, in termini di vantaggi complessivi, che investe direttamente e indirettamente il tessuto sociale e di relazioni di cui essi costituiscono un nodo territoriale, urbano e di quartiere.

Uno degli aspetti di maggior rilievo della sfida è da mettere in rapporto proprio con la città: solo che, in tal caso, il carattere di complessità è dato principalmente da quest’ultima. Se, scontatamente, una città è un insieme di strade e di abitati, o se è un aggregato di persone che la abitano, l’invito è a tenere conto di tante delle sue possibili concettualizzazioni ulteriori. Nel nostro caso, la città, Napoli, è l’altro polo assoluto dei beni comuni, intesi come elemento la cui natura è quasi esclusivamente relazionale – lo stesso vale, naturalmente, per il progetto Ad Uso Civico e Collettivo. Ogni città è poi l’oggetto di trasformazione dell’azione degli istituti giuridici – tra cui, quello dell’uso civico – nuovi o assodati che siano; di questi, qualche volta, diviene protagonista. La città contemporanea, infine, è il grande scenario dei conflitti sociali e delle mediazioni, di scontri tra differenti regimi di significato e di interessi materiali, che muovono dalle sue condizioni di vita sociale e dalle sue configurazioni di serrata successione di ambienti urbani, ordinati per consentire dinamiche di estrazione di valore e di accumulazione e, al contempo, deframmentati dalle medesime forze economiche turbinanti. Organismo pulsante, perlomeno per qualche tempo ancora vivente, il mondo urbano europeo è ostaggio delle maggiori contraddizioni pensabili oggi poiché, se interpellato su quale fato abbia intenzione di compiere per sé stesso e per noi, la sua testa annuisce affermando ciò che poi la sua voce contraddice, e bisogna perciò imparare a interpretare le sue risposte talvolta enigmatiche e a interagire con le sue ripartizioni sulla scorta di schemi aperti. La città, che rinuncia al proprio patrimonio e demanda – in modalità tutt’altro che lineari – le scelte politiche sul suo uso e destinazione a forme di governance manageriale, decide implicitamente anche l’indirizzo di una valorizzazione commerciale, abdicando a quelle sociali e culturali. E però continua a pensare sé stessa come luoghi di centralità e di sviluppo economico, e in quanto occasioni di realizzazione del progresso civile e della convivenza umana, e, in definitiva, orizzonte della vita collettiva futura. Il progetto Ad Uso Civico e Collettivo, per ciò che ha mosso, va considerato un tentativo complesso di interazione con la città di Napoli da parte del mondo dei beni comuni e della Rete. Che la società cittadina attraversasse la vita quotidiana delle comunità dei beni comuni, e che si potesse dunque dare nuova linfa a strutture abbandonate, era forse scontato. Ma non lo era la possibilità di fare delle comunità il fulcro di un processo di progettazione partecipata avente scopi tanto ambiziosi e collocati nel futuro, con l’idea di continuare a esplorare lo spazio di significato e di possibilità del diritto alla città.   

Insomma, se la sfida in questione è complessa perché sostanzialmente inedita, essa chiama a un momento di responsabilizzazione le comunità che gestiscono i beni comuni. Questo è un terzo dato di complessità da evidenziare. In continuità con il ruolo di nodi connettori e generatori di relazioni che hanno saputo ritagliarsi nel corso di anni di attività e di sperimentazioni, oltre che con le proprie metodologie decisionali basate sul consenso e la condivisione, e anzi fondando le proprie intenzioni in base a queste ultime, le comunità dei due beni comuni hanno intrapreso la scelta di progettare dal basso e in modo trasparente l’impiego di un’ingente quantità di denaro pubblico per il miglioramento e il potenziamento delle proprie attività avendo sempre in mente che la meta da raggiungere fosse quella dell’interesse generale. Un vero salto in avanti, più che un mero passo. E il più nobile degli scopi, senza alcun dubbio. Ma anche il più difficile da realizzare nel concreto. La scelta di ricorrere alla competenza offerta dalla Scuola Open Source, allo scopo di sciogliere le criticità del processo di co-progettazione, è stata assai discussa e ben ponderata. La funzione ricoperta dalla squadra di ulteriori figure esperte, costituita appositamente, ha permesso di procedere alla definizione complessa della situazione che sto qui richiamando. Infatti, se la sfida sopra descritta riguarda una possibilità che il percorso dei beni comuni ha probabilmente da sempre avuto in nuce – pur non essendo una sfida necessariamente inevitabile, va da sé – la squadra di SOS ha saputo far emergere la questione in modo puntuale, prestando attenzione al rischio di proiettare dall’esterno, sulle comunità dei beni comuni, contorni di necessità e istanze dotati di scarsa attinenza con la storicità e la biografia dei percorsi politici e comunitari dell’Ex-Opg-Je so’ pazzo e dello Scugnizzo Liberato. Lo stimolare con entusiasmo, il mediare con intelligenza, il programmare cautamente attraverso l’ascolto hanno consentito che le difficoltà sorte lungo il processo fossero considerate come l’espressione doverosa, da valorizzare, delle specificità di tutte le parti coinvolte, talvolta collocate inevitabilmente su posizioni molto diverse rispetto all’analisi e alla risoluzione pratica dei problemi, e non come intoppi di un iter di lavoro da svolgere con approccio grossolano, automatico, noioso e burocratico. Si è parlato, a ragion veduta, di un lavoro artigianale tenuto dalla squadra di SOS, allargata a competenze autoctone e in collaborazione con attiviste e soggetti della rete e dell’Osservatorio: il senso dell’espressione restituisce bene la difficoltà dell’impresa e il tipo di creatività necessaria per portarla a compimento.

Al fine di abitare la complessità con successo, lo sforzo della Scuola Open Source ha esordito allestendo una fase preliminare di confronto con le due comunità dei beni comuni, la Rete, l’Osservatorio e le parti istituzionali. Quindi, è proseguito costituendo il campo del dialogo – quello inesplorato sopracitato – che tutte le parti hanno dovuto attraversare per potersi incontrare in condizioni di massime trasparenza e condivisione possibili, garantite tramite il ricorso a un approccio all’insegna della cura per l’ecologia delle relazioni. Solo una volta raggiunto tale stadio si è dato avvio alla formazione della squadra di figure esperte, necessaria per il perseguimento degli obiettivi. I criteri per la costituzione di tale gruppo hanno considerato la pertinenza delle specifiche competenze delle persone da coinvolgere, con particolare riferimento alla conoscenza di argomenti relativi agli aspetti delle questioni che, si prevedeva, sarebbero emerse: sostenibilità e la redditività civica, governance, uso creativo del diritto, architettura, ricerca e analisi etnografica. Inoltre, non sarebbe stato un serio e convincente processo di formazione di una squadra quello che avrebbe tralasciato di dare importanza alla conoscenza del territorio nel quale le figure esperte avrebbero operato, oltre a quella relativa alle dinamiche di esistenza e di relazione proprie dei beni comuni. Un ulteriore livello di trasparenza è stato raggiunto, da un lato, assicurando la costante accessibilità ai dati raccolti e a quelli elaborati; dall’altro, attraverso il ricorso allo strumento della restituzione pubblica – ognuna delle fasi di lavoro ha visto il proprio momento di presentazione e di restituzione.    

«Com'è possibile progettare attività sostenibili a gestione comunitaria diretta – in un bene demaniale caratterizzato dall’esercizio del diritto d’uso civico e collettivo – in grado di produrre redditività civica e moltiplicare relazioni sociali di qualità entro il tessuto sociale che gli stessi beni comuni hanno saputo costruire nel tempo?»

Mettere a punto il disegno del processo in questione ha significato aprire un inedito cantiere per la costruzione di un terreno comune di concetti, di termini e di possibili azioni. Lo spazio di manovra che ne è risultato è definibile come un’estensione immaginativa di grandezza ulteriore rispetto a quella segnata dai precedenti confini di esistenza abitati da chi attraversa le comunità dei due beni comuni. Nonostante il fatto che una ragguardevole ristrettezza dei tempi abbia segnato ciascuno dei passaggi di realizzazione del percorso – una limitatezza imposta dai lavori pubblici – la sintesi immaginativa, con la quale ha esordito la fase preparatoria del percorso di co-progettazione, operata tra visioni molteplici e, in qualche caso, divergenti, ha prodotto una programmazione di successo relativamente agli obiettivi da raggiungere, alle criticità da affrontare e alle specificità da tutelare. Ciò è stato reso possibile dall’attenzione metodologica del Team SOS unita alla buona e ottimista volontà delle parti coinvolte. L’esordio del percorso ha rappresentato – va evidenziato – un fresco e innovativo esperimento andato a buon fine, un finale tangibile, fatto di concretezza: il cui aspetto maggiormente interessante è consistito nell’aumentato peso specifico della portata dei desideri e dell’immaginazione delle comunità dello Scugnizzo Liberato e dell’Ex-OPG – Je so’ pazzo, un incremento ottenuto grazie alla stimolazione della Scuola Open Source. 

Approfondirò in che modo ciò sia stato reso possibile con i prossimi articoli.   


Il progetto Ad Uso Civico e Collettivo: i beni comuni e la sfida dell’abitare la complessità