C’è un filo rosso molto importante che lega le esperienze dei centri sociali napoletani e i beni comuni. Un bagaglio condiviso che li accomuna ma anche una storia che imprime ai loro percorsi una diversa evoluzione. Una storia che è facile vada dimenticata e, con essa, persa la memoria dei sentieri imboccati, fatti di passi in avanti nella sperimentazione autorganizzativa dal basso e inciampi lungo un percorso di continua crescita e lastricato di tentoni e buone intenzioni. Se il primo centro sociale napoletano è il TIEN’a ‘MENT di Soccavo (altrimenti conosciuto come COCA – Centro Occupato di Cultura Autogestita) di Via Arno 3 – il cui nome, appunto, ricorda l’importanza della memoria – dall’imprinting ideologico più orgogliosamente anarchico, nel cuore di generazioni campane, e non solo, v’è un altro centro sociale ancora attivo a tutt’oggi. Ovviamente ci si riferisce a Officina 99, di cui, da poco, è ricorso il trentennale dell’occupazione, onorato e omaggiato come si conviene. Fatte salve le differenze generazionali del gap che divide le esperienze negli anni accumulate, tuttavia permangono, ove ci sia la volontà di coglierle, anime comuni, affinità elettive e l’appartenenza a un’unica bolla di prossimità che stringono insieme l’esperienza del celebre Centro Sociale Autogestito di Gianturco a quella dei beni comuni a seguire. Un’unione di vedute che non sempre è stata ratificata e riconosciuta, in un dialogo difficile dovuto a differenze più formali che valoriali, a un modo diverso di declinare la militanza politica e l’attivismo ma che di fondo aveva e ha lo stesso spirito accomunante. È perciò assai importante quanto avvenuto lo scorso 1 maggio.

“COSA E’ OFFICINA 99?
Officina 99 era uno stabile abbandonato da circa 15 anni nel cuore di Gianturco e che dal 1 Maggio è stato occupato da un gruppo di giovani studenti, lavoratori e disoccupati, che vogliono trasformarlo in un Centro Sociale Autogestito.
COSA E’ UN CENTRO SOCIALE AUTOGESTITO?
I Centri Sociali Autogestiti sono ormai un’esperienza consolidata da circa 20 anni in tutta Europa e rappresentano una risposta reale e concreta ad una società che ci nega, sempre più, spazi di vivibilità e di socializzazione.
Officina 99 vuole diventare un punto di riferimento per chi intende opporsi concretamente alle logiche di sfruttamento e alienazione, opporsi alla mancanza di servizi sociali e alla progressiva privatizzazione dei servizi pubblici, opporsi alla crescente disoccupazione, dell’emarginazione di tutte le categorie non produttive, opporsi al mercato dell’eroina, alla mercificazione del tempo libero, alla camorra, al razzismo, a tutto quanto insomma trasforma la nostra vita in una galera!!!!
COSA SIGNIFICA AUTOGESTIONE?
Autogestione significa costruire un’esperienza autonoma, al di fuori di ogni partito e organizzazione politica, che nasce da una esigenza reale e tende a soddisfare tutti i bisogni negati.

Per questo il Centro Sociale Officina 99 può vivere soltanto con il contributo attivo e propositivo di tutti gli abitanti del quartiere Gianturco, solo instaurando un rapporto di solidarietà concreta con gli occupanti potremo costruire insieme una ‘officina’ che, per la prima volta nella storia, non produca morte e sfruttamento ma voglia di stare insieme e di lottare”.
(tratto dal primo volantino di Officina, dal sito officina99.org)

In occasione, infatti, dei venerdì della freva, molte attiviste ed attivisti dei beni comuni, che avevano già aderito alla campagna portata avanti dal Coordinamento dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo, si sono recati a Officina per celebrarne l’importante anniversario, riconoscendo il debito storico verso la sua storia e proclamando le proprie attività come prosecuzione di quello stesso, immutato, spirito.
“Il C.S.O.A. Officina 99 nasce dall’esperienza dell’Autonomia Operaia napoletana degli anni ottanta e da quella studentesca della Pantera del 1990, allorquando studenti, disoccupati, precari, migranti … compagni che si riconoscevano in quel percorso decisero, nel 1991, di occupare un edificio abbandonato a Gianturco, sottraendolo a degrado e speculazioni e trasformandolo in un luogo di aggregazione e di ricomposizione sociale. A partire dagli anni novanta, Officina 99 rappresenta uno spazio cittadino e nazionale di rilancio delle lotte per la riappropriazione dei bisogni negati: dai movimenti studenteschi … ai movimenti di lotta per il lavoro e per la casa; dall’antifascismo militante … alla lotta contro ogni forma di razzismo, sessismo ed esclusione sociale e all’antiproibizionismo … sino al sostegno alle lotte per l’autodeterminazione dei popoli (Palestina, Chiapas, Kurdistan). Il C.S.O.A. Officina 99 rappresenta un importante punto di riferimento per Gianturco, soprattutto in occasione delle cicliche emergenze ambientali: nel passato, come nel presente, continua a rivestire un ruolo di baluardo dell’aggregazione, in un quartiere penalizzato da abbandono e disgregazione”.
(stessa fonte)

Battaglie che vanno dalla risoluzione della gestione dei rifiuti in opposizione a inceneritori e termovalorizzatori, dalla causa palestinese, dall’antisessismo (denunciando la chiusura dell’unica casa per le donne vittime di maltrattamenti), alla mancata accoglienza dei rom. Oltre ad attività di svago e convivialità (prima del covid) in un quartiere difficile, come la periferia napoletana, dove la creazione di luoghi d’aggregazione sono un’importante forma di resistenza civile (a differenza dei beni comuni che restano concentrati, perlopiù, storicamente nel centro della città o in quartieri comunque meno periferici).
“La chiamano Zona Industriale, ma a Gianturco delle industrie resta solo l’inquinamento. Delle vecchie concerie, della Manifattura, delle industrie, rimangono solo gli scheletri, un paesaggio funereo, desolato, abbandonato. I vecchi capannoni si sono riempiti di nuove merci e sono stati trasformati in grandi magazzini per la vendita all’ingrosso e al dettaglio, depositi di merci. Gianturco sembra un quartiere senza abitanti, nessuna piazza né spazi verdi, mentre in realtà Gianturco vive e ha molte anime: quella della comunità mandarina che negli ultimi anni è cresciuta, quella italiana, quella rom e sinti” (idem).
Per questi motivi, e dato il momento storico contingente, è ancora più importante che le esperienze dei centri sociali e dei beni comuni mettano da parte le loro differenze e si saldino, stringendosi in un link empatico che badi più a quello che li accomuna che non a quanto li divide, per intessere relazioni sane che li aiutino a far fronte comune alle difficoltà contemporanee e cooperino per creare sempre maggiori occasioni di (anche gioiosa) resistenza civile e fare da incubatori e diffusori di sempre più inneschi di cittadinanza attiva e libera partecipazione. Unendosi alle legittime richieste delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo, esprimendo solidarietà e provando ad accorciare il distanziamento sociale, nel rispetto di quello fisico, attiviste ed attivisti di oggi e di ieri, invisibili del passato ed emarginati del presente, potranno sfuggire all’atomizzazione cui li relega l’individualismo e tornare a pretendere, per sé e per gli altri da sé, la giustizia sociale che meritano e che viene loro negata.
Intorno a Officina99 si è unita tutta la comunità delle attiviste e degli attivisti, anche di chi non era nemmeno nato in quel primo di maggio di trent’anni fa, e di chi non a Gianturco non aveva mai messo piede, di chi non sapeva da chi la sua vocazione all’impegno era stata precorsa e di quali orme stava ripercorrendo i passi verso un nuovo orizzonte. Lì si sono incontrati, si sono conosciuti e riconosciuti. E’ proprio da questo incontro, dalla messa in comune e a valore delle proprie diverse esperienze che si potrà ripartire per proseguire insieme, nel rispetto delle proprie alterità culturali, per sentirsi meno soli.