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I venerdì della freva: fra arte, impegno e solidarietà

“L’arte allena i tanti sensi assopiti. Aiuta a imparare la diversità, a solcare l’alternativa, ad abbattere i limiti del conformismo, con un effetto dirompente. Il ruolo sociale di chi fa arte non è da meno di quello di un medico”.
A., un abitante de l’Asilo.

A supporto delle mobilitazioni del Coordinamento Arte e Spettacolo Campania, lo scorso venerdì 23 aprile a Piazza Municipio, nella zona antistante le transenne degli scavi della metropolitana, alle 19:00, la comunità dell’Asilo, attraverso la Tela, ha aderito al venerdì della freva, lanciando una sperimentazione di creazione condivisa tramite un’azione dal vivo. I venerdì della freva sono il frutto del connubio delle battaglie di due movimenti di lotta che reclamano la visibilità: infatti, l* studentess* che si sono visti negati gli spazi laboratoriali durante la pandemia e che rivendicano un luogo di discussione e riflessione in cui poter denunciare e fronteggiare i casi di molestie maschiliste e la complicità omertosa che finora li hanno insabbiati, e i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo (comprese maestranze, artigiani e tecnici) che rivendicano un posto al tavolo delle contrattazioni ritenendo inadeguate le misure finora messe in campo a tutelarle e non più sostenibile il clima di incertezza sul loro futuro. Entrambi questi flussi di protesta hanno incrociato il cammino dell’Asilo, prima ottenendo spazi per potersi incontrare in sicurezza, e poi con l’adesione e il supporto alle loro rivendicazioni, riconoscendole come legittime, infine con la partecipa, azione al venerdì della freva: giornata performativa che recupera le modalità di protesta artistica messe in atto in Francia dagli intermittenti dello spettacolo, con cui il Coordinamento campano ha espresso solidarietà prendendo a modello quel tipo di regime di sicurezza economica.

Ascanio Celestini al venerdì della freva, il 10/4/21

L’Asilo ha contribuito, in particolare, trasponendo la comunità ‘irreale’, o meglio, immateriale de La Tela, chiamandola a raccolta e invitando, tramite le consuete modalità della chiamata aperta, tutte, tutti e tutt* a inviare testi, flussi sonori, suggestioni, sostegno logistico, partecip-azione, o semplicemente a esserci per esprimere la propria solidarietà. La Tela è stata re-immaginata come una sorta di megafono per raccontare il presente, generando un processo di lotta non solo tecnico-rivendicativo ma anche creativo, contando sulla forza comunicativa e trasformatrice dell’arte. In tal modo, la comunità de La Tela ha potuto anche cogliere l’occasione per ri-creare lo spazio espressivo perduto, intrecciando i linguaggi, accorciando i distanziamenti artistici e facendo incontrare persone o gruppi che non hanno mai collaborato tra loro. Conformemente ai principi del modo politico di fare cultura e arte di cui l’Asilo si è autodotato, dietro questa performance non c’è stata alcuna direzione artistica, ma un pensiero collettivo: nell’azione estemporanea musiciste e musicisti hanno tessuto dei flussi sonori mentre chiunque, da una postazione con dei microfoni, ha potuto leggere gli scritti raccolti messi a disposizione nonché testimonianze scritte o pensate al momento. Ognun* ha potuto così esprimersi attraverso il proprio linguaggio: danza, pittura, immagine.

foto di Carlo Iavazzo

Al mattino, l* studentess* del collettivo Abana hanno eseguito una performance in Piazza Plebiscito, per richiedere un incontro col MIUR, giacché ben diciassette di loro sono state denunciate a seguito dell’occupazione, poi sfociata nello sgombero, dell’Accademia di Belle Arti. La performance vedeva un gruppo di loro esser fermate e perquisite da un altro, travestito da forze dell’ordine, in una ricostruzione scenica di quanto avvenuto il giorno dello sgombero (le divise da forze dell’ordine sono state realizzate col sostegno dell’Armeria dell’Asilo e dei mezzi di produzione messi, come sempre, a disposizione di chiunque ne faccia richiesta). Le loro rivendicazioni sarebbero state poi riproposte nel pomeriggio, sottoforma di una lettura recitata dall* compagn* de La Tela, dell’Asilo e del Coordinamento. Il pomeriggio, infatti, il gruppo del tavolo infrasuoni dell’Asilo insieme ad altri artisti e artiste si è disposto ai lati di un cordone, formando un tappeto sonoro che avrebbe accompagnato, improvvisando un’esecuzione, i testi recitati, e al cui ritmo, una serie di danzatori e danzatrici avrebbero condiviso pratiche di restituzione dei corpi alla loro libera mobilità. A completare la performance, oltre all’avvicendarsi al microfono aperto di vari rappresentanti del Coordinamento, è stato messo a disposizione della piazza un telo sul quale poter dar libero sfogo alle proprie opinioni, insieme a vari momenti di giocoleria a fare da sfondo. E così, fra le note di un sax e quelle di un piano, fra un mimo e danzatrici, si sono alternate recitazioni varie di passi che sono stati raccolti e ai quali si è scelto di affidare il proprio sentimento, portandolo in piazza, in un periodo in cui i teatri, i cinema, le sale da concerto, qualsiasi forma di espressione artistica pubblica e non individuale, da consumare fra le mura domestiche, è bandita (in Italia), fermando anche tutto l’indotto che vi ruota intorno. I momenti musicali sono stati scanditi da un lento, poi un crescendo, e poi, nuovamente, un diminuendo, in cui i musicisti si sono coordinati fra loro, all’insegna dell’improvvisazione, venendosi reciprocamente incontro, chiamando a raccolta le suggestioni che turbinavano loro intorno. L’intento, infatti, era quello che chi si trovasse a passare per lo spazio antistante il Teatro Stabile napoletano, potesse essere avvolto da tutta quell’arte che da più di un anno gli viene negato, in un momento che fosse irripetibile, live, non in streaming, e collettivo, da vivere e sentire insieme.

In calce, stralci dei testi letti:

  • Il seguente è il frutto della rielaborazione di alcune domande che sono state poste a Campo Innocente, durante l’occupazione romana del Globe Theatre, la settimana prima, da alcun* abitant* dell’Asilo:

“Come stiamo?
Stai bene?
Il disagio è un sintomo?
Quali sono i confini di ciò che definiamo “luoghi di lavoro”?
Quando è che sono lavoratore, lavoratrice e quando no? Esiste un confine chiaro?
Dove scatta quella sorta di complicità da cui non è semplice tirarsi fuori? è colpa mia? Quante ore lavoro? Mi capita di lavorare in dei momenti in cui non percepisco che sto lavorando? Quanto mi sono familiari le dinamiche di autosfruttamento?
Se percepissi un reddito garantito lavorerei alle stesse condizioni?
Quali asimmetrie di potere emergono nei contesti lavorativi in cui mi muovo?
Come negoziamo il consenso? Come riesci a fidarti o non fidarti di una proposta di formazione? Stai lavorando? Sei in lotta? Riesci a fare tutte e due le cose insieme o una esclude l’altra? Cosa ti incendia e cosa ti dà respiro? Cosa desidero? Sono ancora in grado di sognare? Del trauma sui nostri corpi, qualcuno se ne sta occupando? lo stiamo rimovendo? È possibile dire no? Quando hai detto no? Se non lo faccio io, lo fa qualcun altro/a? Hai paura delle conseguenze delle relazioni di ricatto? Senti che ti è richiesto di essere carino/a, disponibile, brillante, compiacente eccetera eccetera per mantenere il lavoro o per ottenerlo? Sei mai stato in un progetto artistico che ti ha fatto chiudere i canali creativi invece di aprirli e moltiplicarli? Ne sei uscita? Come dire dei no potenti, affermativi e gioiosi? Il mio no come può diventare creativo e affermativo? Ricordi di spazi di lavoro che ti hanno rimpiccolito e schiacciato? Come hai reagito? Sei riuscita a prenderti uno spazio più aderente a te? Perchè sei qui? Senti di essere tutelato, senti di essere tutelata? Se non lavori ti senti una merda? In assenza di tutele sociali e di un welfare, che strategie utilizzi per mantenere un benessere, ti fai prestare i soldi, non ti curi? Ti è capitato di vivere situazioni lavorative che hanno messo a rischio la tua salute mentale e affettiva? Riesci a prenderti cura del tuo corpo? Che tipo di performatività e di prestazione ti è richiesta? Ti produce ansia? Ti è successo di andare in scena quando stavi male e avresti dovuto solo prenderti cura di te? Perché non hai rinunciato? Sei mai andata in scena dopo un lutto? Sei mai andato in scena dopo un lutto?

La tua età condiziona le proposte e le possibilità produttive? in che modo? Come rompere il confine dell’under? Che succede quando compi 31 anni o 36? Che succede quando si esce dall’under 30 o 35? Quanta scadenza e precarietà c’è nel limite anagrafico? Cosa accade ai corpi con l’età? In che modo la tua famiglia o classe sociale di provenienza contribuisce alla sostenibilità del tuo lavoro? Quanto di ciò che riguarda la salute e la cura in senso ampio del tuo corpo ricade fuori dal contratto quando lo hai e se lo hai? Come trasmettere i saperi dei corpi? Ti viene chiesto di rispondere a degli standard o dei canoni ideali? Ti è capitato di sentirti o sentirti dire che sei troppo magro, troppo grassa, ma anche troppo femminile troppo poco femminile eccetera? Il tuo corpo non è abbastanza abile? Ti è mai capitato di subire discriminazioni rispetto sessualità, orientamento, colore, abilismo eccetera eccetera anche sul posto di lavoro? L’ambiente dei tecnici è un mondo macista? Come renderlo più vivibile e piacevole? Posso essere una tecnica frocia o trans? Le compagnie sono spazi sicuri? Gli spazi artistici e culturali sono luoghi in cui è possibile stare oltre i binarismi e le norme del maschile e femminile? Come faccio a tutelare le compagne di lavoro quando mi accorgo che non c’è più una situazione protetta?

La violenza è sempre evidente? Quanto ci è chiaro se sto subendo o agendo con violenza? Quanta energia e fatica mi costa dovermi sempre difendere, sottrarmi? Quanto piacere provi nel lavoro che fai? ti è piaciuto sempre alla stessa intensità? È cambiato nel tempo? Incontrare il teatro ti ha salvata? incontrare il teatro ti ha portata ad un destino precario e frustrante? Tornerai a lavorare il 26? Le relazioni di potere sono ovunque? Come disinnescarle? Inventiamo delle pratiche e degli esercizi? Se mi tocchi il culo è una libertà artistica? Se mi tocchi mentre facciamo contact improvisation è previsto dalla contact improvisation? Ti hanno mai proposto la visibilità come compenso? Quali sono i limiti artistici? Ti è capitato di accorgerti di aver subito violenza solo molto tempo dopo? Ci ascoltiamo mentre parliamo? Come creare alleanze? Come sottrarsi alle battute discriminatorie che non fanno ridere? Dicendo “non fa ridere”? Ti hanno mai detto “non so se crederti, tu sai mentire, fai l’attrice!” Devo sempre caricarmi il peso di essere io quella che sottolinea e visibilizza la dimensione di violenza? Possibile che debba caricarmi io la formazione di chi mi discrimina? Perché devo fare tutto questo lavoro di mediazione, scegliere le parole giuste, i toni giusti, quando sei tu che offendi me? Perché devo fare un lavoro di dirty care, di cura sporca, per te, per evitare la tua figura di merda! I corpi razzializzati hanno accesso alla cultura e all’espressione artistica? Quanto futuro sostenibile e desiderabile riesci a prevedere per te stesso? Le lotte politiche sono sempre sostenibili? Sentiamo ansia da prestazione anche nelle lotte? Riesci a prendere parola nell’assemblea? Se no, perché? La mia parola è credibile come la tua? la mia voce è credibile come la tua? Se sei un compagno non sei sessista? Le metodologie, e non solo i contenuti dei processi politici, sono neutre? La militanza deve essere sempre produttiva di forme e di contenuti? La sintesi è patriarcale? Posso piangere durante un’assemblea?

  • O testi creati dal genio collettivo de La Tela: Noi saremo Teatro

Il teatro è elitario.

Il teatro è settario.

Il teatro è velleitario.

Il teatro è fuori moda.

Il teatro è sorpassato.

Il teatro è obsoleto.

Il teatro è anacronistico.

Il teatro è escludente.

Il teatro è per pochi.

Il teatro è alieno.

Il teatro è straniero.

Il teatro non è per tutti.

Il teatro non è per donne.

Il teatro non può essere rivoluzionato.

Il teatro non si può cambiare.

Non si può vivere di solo teatro.

Il teatro non dà da mangiare.

Il teatro non è partecipazione.

Il teatro non è libero.

Il teatro non intrattiene.

Il teatro non assolve.

Il teatro non perdona.

Il teatro non ci manca.

Il teatro è superfluo.

Il teatro è un di più.

Il teatro è noioso.

A teatro mi ammorbo.

Il teatro è soporifero.

Il teatro è mortifero.

A teatro mi mortifico.

Il teatro è narcisista.

Il teatro è edonista.

Il teatro è autoreferenziale.

MA…

A teatro io mi sento meno solo.

A teatro non sono mai solo.

Il teatro replica ma non duplica.

A teatro tutto è di più.

Quando è bello, è ancora più bello.

Quando è brutto è ancora più brutto.

A teatro tutto mi arriva moltiplicato.

A teatro non siamo mai uno.

Quando mi siedo a teatro, mi attraversa una corrente. Avviene un passaggio di stato. La materia trasmuta. Il teatro non tramuta solo me.

A teatro io mi sento parte di un tutto. Non più passivo, ma compartecipe. A teatro avvengono eventi che creano un prima e un dopo. A teatro il tempo si ferma per poi riprendere. Il teatro non è mai per uno solo. A teatro ci si sente uniti. Legati. A teatro io provo un senso di appartenenza per la messa in comune di emozioni. Quando vado a teatro mi siedo in circolo con altri. A teatro smettiamo di essere sconosciuti. A teatro gli altri mi rimandano le mie stesse emozioni. È quello che si prova quando si compie un rito. Quando un evento si manifesta. Un evento che è sempre collettivo e mai uguale a se stesso. È questo che vuol dire quando a teatro si entra nel circolo del sacro. A teatro proviamo cosa significa provare tutti lo stesso sentimento, allo stesso momento, tutti insieme. A teatro nessuno è straniero. Nessuno è isolato. Nessuno è un’isola. A teatro ognuno smette di essere e siamo.

Sì.

Il teatro è un rudere. Spesso letteralmente.

Il teatro è una maceria. Vestigia di un passato che non si decide a trapassare.

Il teatro è un fossile vivente. Vero.

Il teatro troppo spesso è vecchio senza più essere antico.

Il teatro è demodé.

Il teatro è atavico.

Il teatro esclude i giovani.

È privato perché priva molti di esprimersi.

Il teatro è foraggiato.

Il teatro è per pochi.

Per i soliti pochi.

Da pochi è per pochi.

Troppo vero.

Ma il teatro non dev’essere chiuso.

Non ci si può privare del teatro.

È l’ultimo angolo di mondo in cui avviene il miracolo laico di sentirsi di nuovo comuni. Di sentire che siamo noi e non tanti io. Di provare che non siamo ma che intersiamo. Che il contrario di dipendere da qualcuno non è essere indipendenti da tutti, ma interdipendere fra noi. Il teatro è quel luogo in cui la riproducibilità tecnica delle emozioni ancora non si è compiuta, dove le cose avvengono una volta e mai più, e dove il tempo vale il doppio, perché ogni istante è e rimarrà irripetibile. Come nella vita.

 Il teatro è un baluardo.

È l’ultimo scampolo di libera partecipazione che ci rimane.

A Napoli quando qualcosa è in grado di scatenare un puro godimento si dice che fa arricreare. Vuol dire che è tale il piacere magmatico da cui si viene travolti che è come venire al mondo una seconda volta. Fra le mura di un teatro, tante sere, artiste e artisti ci facevano morire e tornare a nascere una seconda volta, plasmando le emozioni che ci ispiravano a sentire insieme con loro.

Il teatro ci manca perché noi lì ci riappropriavamo del nostro tempo, delle nostre esistenze, strappandole alla monotonia, alla routine, al deserto emotivo. O facendoci rinascere sentimenti altri. O rimettendoci in altre vite. Nelle vite degli altri. La testa arieggiava di nuova aria. Provavamo quello che provava l’attrice. Vibravamo insieme al musicista. Volavamo insieme alla danzatrice. Le nostre vite si sfioravano fino ad aderire e noi provavamo cosa significava essere più di noi stessi.

Potete toglierci il pane.

Potete toglierci la sicurezza.

Potete toglierci l’utile.

Potete toglierci l’essenziale.

Potete toglierci la speranza.

Ma non potete toglierci il ricordo.

Non potete toglierci il sogno.

Finché ci ricorderemo cosa si prova a essere parte di un tutto…

… potrete chiuderci il teatro, ma il teatro sarà vivo.

Potrete chiuderci le teste, ma noi le apriremo.

Potrete impedire, potrete tagliare, potrete affamarci,

ma noi saremo come il teatro,

qualcosa che avrebbe dovuto sparire da tempo,

un’evoluzione tecnologica dopo l’altra,

mentre invece sta ancora lì.

Potrete ostacolarlo, ma noi lo arricreeremo.

Noi ci arricreeremo.

E faremo arricreare.

Potrete distruggere,

noi troveremo sempre dove trovare a ricreare insieme.

E lì,

lì noi saremo teatro.

  • O i testi scritti dal collettivo studentesco Abana, a seguito della protesta per lo sgombero dall’occupazione

NON ESISTEVAMO in Accademia.

NON ESISTEVAMO quando per più di dieci anni i docenti ci hanno guardato, contattato e toccato, sedotto e manipolato.

NON ESISTEVAMO quando, per più di un anno, se n’è parlato, poco e molto male.

NON ESISTEVAMO quando, per più di un anno, direzione e consulta hanno finto che la questione non gli riguardasse.

NON ESISTIAMO ancora oggi quando, dopo più di un anno, si continua a parlare di un singolo docente e di una ragazza ‘’’’’fragile’’’’, come se fosse un caso isolato.

NON ESISTEVAMO quando le nostre professorESSE hanno detto che stiamo dicendo solo sciocchezze infondate.

NON ESISTEVAMO quando avete ritenuto le tracce dei nostri corpi massacrati atti vandalici.

NON ESISTEVAMO quando ci avete portato in questura e schedato, perché abbiamo avuto il coraggio di ricordarvi che NOI ESISTIAMO.

CREDEVATE CHE NOI NON ESISTEVAMO quando, il giorno dello sgombero, con un cordone avete bloccato un corteo di trenta ragazze, facendoci male (oggi sono tre settimane e ad una di noi fa ancora male il braccio. Il referto del CTO riporta ‘’grave trauma contusivo’’ che si è scoperto poi essere un’infiammazione ai tendini di braccio, avambraccio e mano).

CREDEVATE CHE SAREBBE BASTATA UNA MANO DI VERNICE BIANCA PER CENSURARE le nostre esistenze consumate da vecchi trentacinque anni più grandi di te che ti chiamano una volta amore e una puttana, ti contattano e hanno il disgustoso ardire di commentare la maglietta che indossi nell’immagine del profilo.

AVETE CONTINUATO A CREDERE CHE NON ESISTIAMO quando vi siete puliti la faccia attivando uno sportello antiviolenza in Accademia. È troppo tardi. Le studentesse molestate hanno già detto la loro. Sarebbe bastato darci una cazzo di aula per avere uno sportello autogestito perchè non vi permetteremo mai più di nascondere a vostro interesse tutto quel rosso sarebbe bastato far rivivere ogni giorno ad ogni docente il nostro incubo trovandosi quella parete di faccia.

Sarebbe bastato a mettere in guardia le studentesse che non possono neanche fumarsi una sigaretta durante lo spacco senza essere squadrate e avvicinate.

ADESSO NOI ESISTIAMO

È solo da 3 mesi che con le nostre SOLE forze, durante l’occupazione e dopo, attraverso pareti, teatri, tele e corpi stiamo urlando le nostre inquietudini, facendovi entrare nel nostro incubo fatto di frustrazione, mortificazione, umiliazione, smarrimento, fragilità, demoralizzazione, scoraggiamento, afflizione, depressione, dissociazione, nevrosi, paranoie, ossessioni, senso di oppressione, desolazione, impotenza, rabbia, sconforto, tristezza, disperazione, angoscia, abbandono e solitudine.

Quando qualcuno ti sconvolge l’esistenza non è facile nemmeno parlarne, figuriamoci trovare una forma.

Eppure, nonostante ciò significhi aprire ogni volta una ferita ANCORA troppo profonda, ci stiamo riuscendo.

NOI ESISTIAMO

L’istituzione ci ignora? Dieci di noi, insieme a tre lavoratrici dello spettacolo, scavalchiamo all’alba le mura del teatro Mercadante, occupandone l’atrio.

Un’ora. Tre macchine della polizia e due camionette, carabinieri che appena hanno saputo che eravamo solo donne non si sono lasciati sfuggire battutine viscide e sessiste:

“Ah siete solo ragazze? E chi è la più brava dello spettacolo?’’.

Abbiamo di nuovo risposto con l’arte, siamo salite sulle mura, ognuna con un cartello che componeva un messaggio tanto semplice e tanto, ripetutamente, umiliato: NOI ESISTIAMO.

L’istituzione ci ignora in maniera ancora più disumanamente radicale? Prendiamo un treno alle sette di mattina, e andiamo a portare la nostra storia al Globe theatre, un teatro shakespiriano occupato a Roma per creare un luogo di dibattito attraverso un tavolo permanente su sessismo, violenza e il modo in cui questi si declinano nelle nostre vite e sui nostri corpi. Ancora una volta abbiamo risposto con una performance, urlando le frasi che avevamo deciso dovessero urlare le pareti dell’accademia e facendo un intervento che ha fatto commuovere tante esistenze, grate e sconcertate dal nostro coraggio, la nostra inverosimile energia e la nostra forza disarmante che desideriamo con tutto il cuore possa essere esemplare.

L’abuso di potere si fonda sulla negazione dell’identità da cui nasce un’impotenza annichilente, fare queste azioni ha avuto per noi una valenza inesprimibile: passare dall’impotenza alla potenza, dalla fragilità alla determinazione, dal misconoscimento reiterato al riconoscimento.

POTETE IMBIANCARE UN MURO, MA NON LA NOSTRA ESISTENZA

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